Per anni SpaceX è stata due cose. I razzi che portano i carichi in orbita e Starlink, la rete che vende internet dal cielo. Poi è arrivata una catena di operazioni che ha cambiato la natura stessa dell'azienda.
A marzo 2025 xAI, il laboratorio di Musk dietro il modello Grok, compra X, la vecchia Twitter. Neanche un anno dopo, a febbraio 2026 è SpaceX ad acquisire xAI, con Grok e X che finiscono dentro un'azienda di razzi. Come se non bastasse, pochi giorni dopo la quotazione in borsa, SpaceX compra anche Cursor, l'assistente AI di codice tra i più utilizzati e performanti al mondo.
Perché un'azienda che costruisce razzi vuole un laboratorio di AI?
Il ragionamento di Musk parte da un collo di bottiglia. L'intelligenza artificiale funziona grazie alla potenza di calcolo e i data center che la producono, a terra, stanno esaurendo energia, acqua e spazio.
La sua scommessa è che quel calcolo salirà in orbita, dove l'energia del sole non manca mai, e che l'azienda capace di portare cose nello spazio sarà la meglio posizionata per alimentarlo.
Perché dobbiamo fare data center nello spazio
Il problema comincia a terra. Ogni nuovo modello di AI chiede più calcolo del precedente e più calcolo vuol dire data center sempre più grandi, che divorano elettricità e bevono acqua per raffreddarsi.
Le reti elettriche faticano a reggere, i permessi per costruire nuovi impianti si allungano e intorno crescono le resistenze di chi non li vuole vicino casa. La domanda di potenza dell'AI sta correndo più veloce di quanto la Terra riesca a soddisfarla.
In orbita molti di questi vincoli si allentano, i pannelli solari rendono fino a otto volte di più e per smaltire il calore non serve acqua.
L'8 giugno, quattro giorni prima della quotazione, SpaceX ha svelato AI1, il progetto del suo satellite data center. Circa 120 kilowatt di calcolo, un'apertura più larga di un Boeing 747, i primi esemplari attesi al lancio entro la fine del 2027. Musk lo ha definito "molto più semplice di un satellite Starlink".
E non è una scommessa solo di Musk. Fino a poco fa l'idea sembrava un miraggio, poi a novembre 2025 una piccola azienda finanziata da Nvidia, Starcloud, ha spedito in orbita una delle schede grafiche che addestrano i modelli e lassù ci ha fatto girare un'AI di Google. Da allora i giganti si sono messi in fila. Google prepara una flotta di satelliti con i propri chip, Nvidia ne ha progettati apposta per resistere allo spazio, Jeff Bezos è entrato con Blue Origin.
Il conto, però, resta salato. Un data center in orbita costa oggi intorno al triplo di uno a terra e per realizzarlo servono soluzioni che ancora non esistono. Nel vuoto il calore si smaltisce solo irraggiandolo e servono radiatori più grandi della stazione spaziale. Le radiazioni rovinano i chip e soprattutto va portato tutto lassù, tonnellate di materiale, a un prezzo per chilo che oggi rende l'impresa proibitiva.
Tutto ruota attorno a Starship, il gigantesco razzo riutilizzabile che dovrebbe far crollare il costo di un lancio, con l'obiettivo dichiarato di tagliarlo di oltre il 99% rispetto alla media storica. Ma a oggi Starship ha toccato lo spazio senza aver ancora completato un'orbita con rientro. Finché non vola sul serio, i data center orbitali restano un bel progetto su carta.
I razzi tradizionali sono in gran parte usa-e-getta. Si spendono centinaia di milioni per costruirli e poi finiscono in mare o bruciano. Il Falcon 9 di SpaceX aveva già trasformato il settore recuperando il primo stadio, ma Starship punta a rendere riutilizzabili entrambi gli stadi, sia il booster Super Heavy sia la navicella superiore.
Chi costruisce tutto questo non è d'accordo su quando succederà. Musk sostiene che i data center orbitali batteranno quelli a terra in due o tre anni. Bezos giudica quella tempistica "un po' ambiziosa". Sam Altman, alla guida di OpenAI, taglia corto, "per ora siamo concentrati a costruire sulla Terra". Masayoshi Son, capo di SoftBank, è il più pessimista; secondo lui la corsa all'AI si deciderà a terra ben prima che il calcolo orbitale diventi competitivo.
Di spazio viviamo già
A guardarla adesso, con Starship non ancora pronta e i conti che non tornano, l'idea di mettere i data center in cielo suona come fantascienza. Conviene però fermarsi un attimo prima di liquidarla.
Allo spazio abbiamo già appaltato pezzi enormi della nostra vita, quasi senza accorgercene. Il GPS, nato militare, oggi fa ben più che dirci la strada. Permette i pagamenti, sincronizza i mercati, guida navi e aerei in tutto il mondo. Anche le previsioni del meteo, le telecomunicazioni e i soccorsi in caso di disastro passano da tecnologie in orbita.
Gli scettici probabilmente hanno ragione sui tempi. Forse non costruiremo data center nei due o tre anni promessi da Musk, forse lo faremo tra dieci o venti, a un prezzo che oggi nessuno sa ancora indicare. Ma la direzione è segnata. Prima o poi una parte del calcolo che alimenta l'intelligenza artificiale salirà lassù, come ci sono già saliti il GPS, le telecomunicazioni e internet. La domanda vera, a quel punto, è chi si sarà fatto trovare pronto.
E qui l'Europa, come al solito, non è preparata. Non ha ancora un lanciatore riutilizzabile e in un anno mette in orbita una frazione di quello che SpaceX lancia da sola. Ha ingegneri e industria di primo livello, ma le manca la scala per giocare la partita da protagonista.
Di recente abbiamo ospitato nel nostro podcast Emilio Cozzi, tra i più autorevoli giornalisti italiani esperti di space economy, che ha sintetizzato così la situazione europea: "Siamo un'eccellenza, non una potenza".
Il rischio è di ritrovarsi, anche nel calcolo, ad affittare dagli altri l'infrastruttura su cui gireranno le nostre imprese e la nostra intelligenza artificiale. Lo spazio, come un continente nuovo, se lo stanno già spartendo. La domanda è se, stavolta, ci saremo anche noi.
