Perché nasce OpenAI
La sera del 25 maggio 2015 Sam Altman scrive a Elon Musk. Ha trent'anni ed è presidente di Y Combinator (il più influente e prestigioso acceleratore di startup al mondo) da poco più di un anno.
Una notizia lo tiene sveglio, la corsa di Google e DeepMind all'intelligenza artificiale. Fermare lo sviluppo dell'AI è impossibile, scrive a Musk in poche righe. Se sta per accadere comunque, è meglio che lo faccia qualcuno che non sia Google. Propone un Manhattan Project, una cinquantina dei migliori ricercatori al mondo, una struttura no profit dove la tecnologia appartiene al mondo via fondazione. Musk risponde la sera stessa, una riga: "Forse conviene farci una chiacchierata."
Per Musk l'AI è un'ossessione di vecchia data. In tribunale, undici anni dopo, racconterà che co-fondò OpenAI per fare "da contrappeso a Google". Ricorderà anche una conversazione con Larry Page in cui aveva chiesto al cofondatore di Google cosa sarebbe successo se l'AI avesse provato a spazzare via l'umanità. La risposta di Page lo aveva spaventato. "Andrà tutto bene fintanto che l'intelligenza artificiale sopravviverà."
Tra giugno e novembre Altman e Musk costruiscono il progetto insieme. A novembre, mentre il budget in discussione è di cento milioni, è Musk a fissare l'asticella a uno step ulteriore nelle email. Cento milioni non bastano a competere con Google e Facebook, scrive. La cifra giusta è un miliardo, lui si dice pronto a coprire quello che gli altri non mettono.
La mattina dell'11 dicembre Altman scrive a Musk con la bozza del comunicato. Musk dà l'okay.
All'una e mezza del pomeriggio il documento di lancio va online su openai.com firmato da tutto il team.
Tra i nomi ci sono Greg Brockman, che ha lasciato il ruolo di CTO di Stripe per assumere lo stesso incarico in OpenAI, e Ilya Sutskever, considerato uno dei massimi esperti mondiali di apprendimento automatico. Con loro anche Andrej Karpathy, John Schulman, Trevor Blackwell e altri tra i ricercatori più brillanti del settore.
Per due anni la missione regge. Il bot di OpenAI batte un giocatore professionista nell'1v1 del videogioco Dota 2, una mano robotica risolve il cubo di Rubik in simulazione e l'azienda diventa un nome sempre più rilevante per gli addetti al settore.
Poi, nel luglio 2017, Sutskever scrive una nota interna allarmante. La ricerca AI è diventata una questione di hardware. L'AGI potrebbe richiedere fino a dieci miliardi di dollari di compute. I 600 GPU dell'azienda devono diventare cinquemila subito. Per il no profit fondato due anni prima sulle donazioni private sono cifre fuori portata.
Come arriva la rottura
Musk sente l'atmosfera scaldarsi e prova a riprendersi il timone. Le ipotesi che mette sul tavolo nelle settimane successive convergono tutte verso la stessa direzione, il controllo. Tesla che acquisisce OpenAI, Musk CEO con maggioranza nel ramo for-profit, Musk che nomina la maggioranza del board. Le proposte rimbalzano dentro il gruppo per settimane.
Il 20 settembre 2017 Ilya Sutskever scrive a Musk e ad Altman, oggetto "Honest Thoughts". È una lettera lunga, scritta a quattro mani con Brockman, in cui Sutskever dice a Musk che la struttura proposta lo porterebbe a controllare in modo unilaterale l'AGI, scenario che OpenAI è nata per impedire. Musk teme che Demis Hassabis di DeepMind diventi un dittatore dell'AI, ma di fatto, con la struttura che Musk vuole, scrive Sutskever, il dittatore sarebbe lui.
La risposta di Musk arriva nove minuti dopo. Poche righe secche. Ne ha abbastanza, o continuano da soli o restano no profit, in entrambi i casi lui non finanzia più. È la rottura.
A gennaio 2018 Musk fa un ultimo tentativo, espandere Tesla AI in parallelo a OpenAI. Respinto. A febbraio 2018 lascia il board, in via formale per conflitto di interessi tra Tesla e OpenAI, in pratica perché ha perso la lotta sul controllo. A marzo 2019 OpenAI annuncia la struttura capped profit e pochi mesi dopo Microsoft mette il primo miliardo. Quello che Musk temeva è realtà.
Per quasi quattro anni OpenAI cresce lontana dall'occhio del grande pubblico e Musk resta in disparte, concentrato sulle sue aziende. A ottobre 2022 però, quando legge su The Information che OpenAI ha raggiunto i 20 miliardi di valutazione, scrive ad Altman un iMessage irritato.
A novembre ChatGPT esce e in due mesi raggiunge cento milioni di utenti, l'adozione consumer più rapida nella storia del software.
Nel luglio 2023 Musk fa il suo rientro nella corsa all'AGI fondando xAI, posizionandosi come nuovo concorrente diretto della sua ex azienda. Sette mesi dopo, a fine febbraio 2024, fa causa a OpenAI.
Il processo
Il 27 aprile il caso entra in aula a Oakland, davanti al giudice Yvonne Gonzalez Rogers, la stessa di Epic Games v. Apple. La cifra sul tavolo è 134 miliardi di danni richiesti, Microsoft figura come co-imputata. Dei 26 capi d'accusa originari ne restano quattro, tutti centrati sul presunto tradimento del trust filantropico del 2015.
Per OpenAI la causa è una campagna persecutoria di Musk, guidata da ego, gelosia e voglia di rallentare un competitor cresciuto fino a 800 miliardi senza di lui. Per Musk è la difesa della missione no profit del 2015, svuotata da chi è rimasto e ha aperto OpenAI ai miliardi di Microsoft, costruendo una macchina for-profit sulle donazioni iniziali.
La prima settimana è di Musk, sul banco per tre giorni. L'avvocato di OpenAI è William Savitt, già avvocato di Musk in Tesla, che durante il controesame lo incalza con i suoi stessi tweet ed email, portandolo all'ammissione che fa sussultare l'aula. xAI distilla i modelli di OpenAI per addestrare Grok (il chatbot AI di xAI).
In tribunale Musk parla come uno che si sente tradito, affermando di essere stato uno sciocco a fornire funding gratuito per creare una startup. Dichiara di aver donato 38 milioni di dollari a OpenAI quando era ancora no profit, soldi che secondo lui sono stati usati per costruire un'azienda che oggi vale oltre 850 miliardi.
Quei 38 milioni erano però una frazione di quanto Musk si era impegnato a versare nel 2015, quando aveva promesso di coprire un commitment di funding fino a un miliardo, e in più erano donazioni a una società senza scopo di lucro, soldi che non gli davano diritto né ad azioni né a ritorni economici.
Poi, all'invito di classificare i top AI player, dice che davanti a tutti c'è Anthropic, seguita da OpenAI, poi Google e infine i modelli cinesi open source. Quando l'avvocato fa notare che xAI non è nel podio, Musk risponde che l'azienda non rappresentava un vero concorrente per OpenAI perché al momento non puntano a raggiungere per primi l'intelligenza artificiale generale.
Nella seconda settimana sale al banco Brockman. Il suo racconto contraddice quello di Musk in più punti. Sostiene di non aver mai fatto promesse a Musk sulla struttura societaria di OpenAI, né di aver sentito nessun altro farne. Aggiunge che Musk gli aveva chiesto il controllo dell'azienda in parte per finanziare una "città su Marte" di SpaceX.
Sotto controesame conferma poi di aver ricevuto una partecipazione azionaria nella costituzione for profit dell'azienda, di non aver investito denaro per ottenerla e che oggi tale partecipazione vale quasi 30 miliardi di dollari.
Un periodo caldissimo
Il processo sta avvenendo nel momento più delicato che l'industria AI abbia mai vissuto. Tre IPO multimiliardarie sono in arrivo nei prossimi sei mesi: SpaceX-xAI entro giugno con target 1.750 miliardi, OpenAI nel quarto trimestre vicino ai mille miliardi, Anthropic forse a ottobre. Mai prima d'ora tre operazioni di queste dimensioni hanno bussato insieme alla porta dei mercati pubblici.
Dietro le IPO ci sono impegni di compute che il mercato pubblico dovrà finanziare. Centinaia di miliardi in chip e datacenter da gigawatt che i tre laboratori hanno promesso ai loro fornitori d'infrastruttura per addestrare i prossimi modelli.
In tutto questo Musk non vuole restare fuori dai giochi. Le sue ultime mosse lo dimostrano, in particolare la fusione di xAI e SpaceX e la proposta di acquisizione di Cursor da parte di quest'ultima.
Cursor è un coding agent costruito da una startup chiamata Anysphere. Negli ultimi mesi è diventato lo standard di fatto degli sviluppatori che usano l'AI per programmare, insieme a Claude Code di Anthropic e Codex di OpenAI.
Il punto però è che Cursor non ha modelli AI propri, per funzionare deve usare quelli sviluppati da altri. Fino all'accordo con SpaceX ha usato GPT di OpenAI e Claude di Anthropic, entrambi suoi concorrenti diretti, pagando ogni mese centinaia di milioni ai due laboratori che nel frattempo stavano costruendo prodotti per sostituirlo.
Il 21 aprile SpaceX ha siglato un'opzione di acquisto. Può acquisire Anysphere entro fine 2026 a 60 miliardi di dollari, oppure uscire pagando 10 miliardi di fee per la collaborazione tecnica fatta nel frattempo.
Per Cursor il deal risolve le fragilità. Ottiene il fornitore di modelli che non è anche un competitor, più la scala di compute che da solo non avrebbe mai potuto permettersi. Per xAI è quello che le mancava di più, un canale di distribuzione enterprise.
L'acquisizione vera e propria dovrà ancora essere decisa, ma quello che è certo è che con questa mossa Musk ha dichiarato a gran voce la sua volontà di sedersi al tavolo dei grandi.
